Bir kış gecesinde, gündüzleri kocaman tenekelerin şehrin çöpünü getirip boşalttıkları bir tepenin üstüne, çöp yığınlarından az uzağa, fener ışığında, sekiz kondu kuruldu. Sabah konduların üstüne yılın ilk kan düştü. Borca alınmış ziftli kâğıtlardan, inşaat tahtalarından, at arabalarıyla harmanlardan taşınan briketlerden kurulan bu sekiz konduyu, ilkin çöp ayıklamaya gelen insanlar gördü. Sepetlerini, torbalarını sırtlarından indirmeden, topluca, konduların yanına koştular. Kondularının başında bekçilik eden kurucularla lafa tutuştular. Sert, zorlu bir rüzgâr sesleri orta yerinden bölüp durdu. Bir ara konduları alıp gidecek oldu. Çöp ayıklayıcılar, konduların eğri duvarlarının, iğreti çatılarının rüzgâra dayanamayacağını söylediler. Kurucular da çatılara ip bağlayıp tutmaya, duvarlara destek çakmaya karar verdiler.
Çöp taşıyan kamyonlar bir kez gelip gittikten sonra çöp yolunun ağzındaki simitçiler tepeye sekiz kondu yapıldığını öğrendiler. Haber onların ağzından çevredeki kahvelere, tamirhanelere, atölyelere yayıldı.
Öğlen olmadan tepeye kar gibi insan yağmaya başladı. Odacılar, tablacılar, simitçiler ellerine birer kazma alıp geldiler. Köylerinden gelip akrabalarının yanına yerleşen, kondu kurmak için şehrin arka tepelerinde gezinenler onların arkasından seğirttiler. Kadın erkek, çağ çocuk dört bir yana dağıldı. Önce ayaklarıyla, kollarıyla, bir diz çöküp bir dinelerek ölçü aldılar. Sonra kazmayla toprağı çiziktirip tek gözlü, eğri büğrü planlar yaptılar. Akşama çöp yolu, tuğla briket, ziftli kâğıt yolu oldu. O gece fener ışığında, kar altında karın üstüne yüz kondu daha kuruldu.
Sabah naylon leğenden çatıları, eski kilimlerden kapıları, muşambadan camları, ıslak briketlerden duvarlarıyla çöp yığınlarının çevresinde, ampul ve ilaç fabrikalarının alt yanında, tabak fabrikasının karşısında, ilaç artıklarının ve çamurun kucağına bir mahalle doğdu.

In una notte d’inverno, su una discarica in collina dove di giorno venivano rovesciati i rifiuti della città, un po’ più in là dei cumuli d’immondizia, furono costruite, a lume di torcia, otto baracche. La mattina cadde la prima neve su quelle costruzioni di cartoni catramati comprati a credito, travi rubate dai cantieri, briket portati dall’aia coi carretti. Gli accattoni che rovistavano fra l’immondizia, i primi ad avvistarle, accorsero senza neanche posare cesti e sacchi e presero a parlare animatamente con gli artefici delle baracche, che stavano all’erta. Un gelido ventaccio li interrompeva continuamente e sembrava voler portare via quelle costruzioni precarie. Gli accattoni allora fecero notare che i muri sbilenchi e i tetti pencolanti non avrebbero retto; così i muri furono puntellati, e i tetti agganciati con delle corde.
Quando i camion dei rifiuti ebbero completato il loro giro, i venditori di ciambelle all’imbocco della via dell’Immondizia seppero che sul monte erano sorte otto case, e non ci volle molto perché la notizia si spargesse nei caffè, nelle officine e nei laboratori dei dintorni; perciò, prima ancora di mezzogiorno, sul monte cominciò a piovere gente come neve: portinai, ambulanti, venditori di ciambelle, ciascuno con un piccone; a dietro a loro campagnoli che, sistemati temporaneamente presso i parenti, gironzolavano sui monti a ridosso della città in cerca di un posto dove stabilirsi. Donne, uomini e bambini si sparpagliarono tutt’intorno e presero le misure con i piedi e con le braccia, sedendosi e alzandosi; poi col piccone disegnarono sul terreno le basi storte per case di una stanza sola. La sera, la via dell’Immondizia, era diventata via dei Mattoni e dei Cartoni Catramati, e quella notte, sempre a lume di torcia, sotto la neve cadente furono costruite altre cento baracche sulla neve.
La mattina dopo, in grembo ai rifiuti chimici e al fango, fra i cumuli di spazzatura, sotto le fabbriche di lampadine e di medicine, davanti al ceramificio, c’era un intero quartiere dai tetti di bacinelle di plastica, le porte di vecchio kilim e le finestre di tela cerata.

Latife Tekin (1984), Berci Kristin Çöp Mǎsallari, Istanbul, İkinci Adam Yaincilik, 9-10. Trad. it. di Ayșe Saraçgil con la collaborazione di Aglaia Viviani (1995), Fiabe dalle colline dei rifiuti, Firenze, Giunti, 3-4

Un'istantanea scattata dalla strada: a sinistra, il cantiere, le linee orizzontali, quelle verticali, quelle oblique, una distesa di parallelepipedi di altezze diverse ritinteggiati di rosa chiaro e rosa scuro, a strisce alternate, la teoria di finestrelle che si aprono ad ogni piano, le terrazze, i lampioni lungo vialetti che di qui non si riescono a vedere ma solo a immaginare. A destra, oltre la recinzione del parco, il rudere di una casa colonica sventrata, metà del tetto è crollato, sembra che la casa a un certo punto abbia deciso di afflosciarsi su se stessa, sui fianchi di mattoni cresce fitta l'edera, dietro c'è un piccolo boschetto, e proprio a metà dell'inquadratura, ma in primo piano, un ragazzo che aspetta l'autobus alla fermata, accanto al pannello rosso bianco e blu della linea extraurbana. È giovane, non avrà neanche vent'anni, un bomber azzurro chiaro e i capelli rasati a zero. Sulla sua faccia un' espressione impenetrabile, l'espressione dell'attesa, di cosa, impossibile dirlo. Di qualcosa, qualsiasi cosa, forse solo del tempo che passa. Sta lì a metà, tra una rovina del passato e una rovina del presente. Visto da lontano, e dall’alto, somiglia a un carcere di massima sicurezza, le cancellate altissime che riparano dagli sguardi indiscreti, le punte coniche dei cipressi che sbucano fuori come lance o immense baionette verdi, le inferriate a ogni singola finestra, anche a quelle minuscole dei sottotetti, i portoncini blindati, i lampioni simmetrici che si snodano su altrettanto simmetrici vialetti di cemento decorati con una bordura di agrifogli acuminati. Un carcere di massima sicurezza, ma senza la minima traccia umana. Nessuna mano che si protenda oltre le sbarre per cercare un refolo d’aria, per l’illusione di toccare il cielo. Nessuna guardia armata a controllarne i perimetri ventiquattrore su ventiquattro. Nessuna ombra dietro le finestre, nessuna luce, niente lenzuola o mutande appese a sventolare al sole. Non c’è nemmeno il sole, oggi. E questo non è un carcere, ma un quartiere residenziale appena ultimato […].
Il cantiere ora, visto da questa distanza è una griglia da battagli navale: linee orizzontali e verticali, che si intersecano frenetiche. Assi di legno, impalcature, pilastri di cemento. La sagoma in controluce di una gigantesca gru azzurra che somiglia a un’immensa mantide religiosa, un insetto magrissimo e mostruoso che incombe sulla terra. In questa luce che smorza i colori e tinge tutto di rosa e grigio, le linee sembrano davvero segni di grafite. Poi le squadre di manovali cominciano ad arrivare, furgoncini che vomitano il loro materiale umano insieme ai laterizi, mattoni, attrezzi, sacchi di calce. Il rumore della betoniera macina a ritmo costante, diventa un sottofondo sopra il quale si alzano le urla degli operai. Frasi ridotte all’osso, che da lontano sembrano quasi cantate. Dietro le impalcature, oltre lo scheletro di cemento armato, le ombre degli uomini che si spostano avanti e indietro sono quelle di ectoplasmi. Presenze minuscole che si arrampicano da un piano all’altro, saltano tra le assi in equilibrio precario, e poi impastano, stendono impilano, stuccano. E intanto l’ombra della palazzina futura cresce sull’erba, con la sua bocca sdentata mangia metri quadrati di terra, vorace.

Simona Vinci (2007), Rovina, Milano, Edizioni Ambiente, 25, 34.

La tangenziale sembra fatta apposta per innervosire, si dovrebbe filare e invece ci si incaglia con l’impressione di girare su stessi, mentre la città rimane immobile, irreale, troppo vicina, o troppo lontana. I metri di asfalto che ha davanti assomigliano a certe vene ostruite che cedono e non tengono, come le arterie nere di sue padre. Viene spontaneo girare la testa altrove.
Primo guarda dal finestrino e compila un elenco di quello che vede. Ai lati, la strada è stipata dall’edilizia recente con qualche pretesa fatta di cancelli-giardinetti-balconcini, o da quella dichiaratamente bassa, alluminio-anodizzato-antenne-ad-ogni- finestra, muri che corrono senza sosta per parallelepipedi di cemento, e poi enormi centri commerciali ancorati al suolo come scarabei dalla corazza lucida sotto il sole. Depositi di caravan, autonoleggi, tende stese ad asciugare e impregnarsi di polveri sottili, monossido di carbonio, piombo, benzene, insomma tutta la varietà degli idrocarburi combusti, che dànno quella patina giallognola e grigia all’aria. Alla fine dell’elenco nulla è cambiato, per colpa dei continui rallentamenti lo scenario è sempre lo stesso.
Primo s’accende una sigaretta e tira giù il finestrino. L’ingorgo dà il tempo, troppo tempo, con la mano sul cambio e il piede sul freno, per contare i sacchetti e i piatti di plastica sul bordo, le scatole di sigarette, le bottiglie e le lattine sul fondo del fosso, i doppi vetri nei palazzi, le rondini finte disegnate sulle barriere frangirumore. Di notte, certo, di notte è un’altra cosa, a Primo piace viaggiare di notte. Il nero del cielo lascia che siano solo le luci a seguirti, a tenerti lontano da un sonno intermittente, il sonno in agguato delle ore tarde, dei nottambuli, delle bravate, delle imprese solitarie. Ma di giorno sei obbligato a guardare l’asfalto che cede, le strisce che andrebbero ridisegnate, modelli d’auto nuovi appena lanciati sul mercato, l’Holiday Inn costruito di fianco a un fienile che è diventato agriturismo e si chiama, chissà perché, “Siesta”.
Primo si domanda dove andranno tutte quelle macchine, se l’intoppo sia dovuto a qualche incidente più avanti, o semplicemente al fatto che la strada è insufficiente, perché c’è sempre una gran fame di strade dappertutto, strade da percorrere in gran fretta perché, quando si sta in macchina fermi, i pensieri diventano tutti uguali, la gente comincia a guardarsi dai finestrini e senza accorgersene slitta verso la socializzazione. Ad esempio, perché la bionda che da un po’ è al suo fianco ha solo il sedile anteriore, e non quello del conducente, ricoperto da un coprisedile peloso zebrato? Di chi è quel posto, dell’amante o di un bambino che ha imposto quel capriccio alla madre? Non è da escludere che sia un omaggio di un distributore di benzina, per i punti accumulati. Dieci punti ogni pieno. Dieci pieni e vinci un coprisedile zebrato, uno solo, però. Così ti obbligano a ricominciare da capo, con altri dieci pieni, perché girare con un solo sedile a strisce è di sicuro più ridicolo che averne due. E d’altra parte non si può non metterlo. L’hai vinto, come pochi, o forse come tutti.
Continuava ad avercelo davanti, quel mucchio di pelo a strisce, anche adesso che era circondato dal bianco e dal verde dell’ospedale.

Alessandra Sarchi (2012), Violazione, Torino, Einaudi, 18-19.

nella discarica che si staglia
come una montagna dietro le case
della periferia si trovano

anche i libri dei poeti.
se il secolo andato è salvo
nel ventunesimo pare che brucino

le parole ma rimangano i ritmi.
sono da smaltire – ne sono certa –
alcuni versi d’amore che un tempo

ripetevo a memoria (due tre gesti
di contorno silenzio intorno)
una battuta persa… troppe sillabe

e un nome

Elena Salibra (2015), versi d'amore, in Maria Giuseppina Caramella et al. (a cura di), Nella punta là in alto dei Climiti. Studi per Elena Salibra con Nove poesie inedite, Firenze, Polistampa, 195.