A nearness to Tremendousness –
An Agony procures –
Affliction ranges Boundlessness –
Vicinity to Laws
Contentment’s quiet Suburb –
Affliction cannot stay
In Acres – Its Location
Is Illocality.  

Accostarsi al tremendo –
procura un’agonia –
Il dolore spazia nella dismisura –
vicinanza alle norme

è la periferia tranquilla del contento –
Il dolore non può stare
negli acri – il suo luogo
è l’illocazione –

Emily Dickinson, 963, c. 1864, 1935, in Ead., The Complete Poems, edited by Thomas H. Johnson, Boston-Toronto, Little Brown and Company, 1976, 424. Trad. it. di Rina Sara Virgillito (2002), in Emily Dickinson, Poesie, Milano, Garzanti, 45 e 47.

So ging ich in Stambul traumwandlerisch umher, wollte mich mit der sicht- und greibaren Vertrautheit ringsum nicht einlassen und sah über dans ansteigende Dächermeer hinweg immer zum asiatischen sah über hinüber. Dort begann eine andere Welt, die kahlen, wie erstarrte Wogen aneinandergereihten Hügel Anatoliens, dort wehten größere Winde, verhallte die Menschenstimme, weideten glänzende Herden auf unermesslichen Weiden, dort gab es Rauchopfer, die sich fortsetzten von Steppe zu Steppe ostwärts bis zu del schlitzäugigen Nomaden Turkestans und immer weiter bis an das Gelbe Meer – dort war die Schwelle, die ich überschreiten musste […].
Die Luft war dünn und trocken. Ein heißer Wind erhob sich. Jetzt gab es Keine Bäume mehr, kein Gras, kein Feld, kein Dorf, keine Hütte, keinen Zaun, kein Wasser. Die Erde wurde gelb. Der blasse Himmel senkte sich plötzlich wie ein schwerer Baldachin, unter welchem alles Leben ersticke, und im rasch hereinbrechenden Abend färbte er sich violett und schwefelgelb, rostbraun, feuerrot – das Schauspiel war schön, aber beklemmend wie eine Vision der „Göttlichen Komödie“. Und ich wusste jetzt, was mich vorher Bücher und Landkarte nur ungenügend gelehrt hatten: dass ich die tropische Senkung des Kaspischen Meeres verlassen hatte und die Turkmenensteppe betrat – den Anfang jener riesigen Steppen und Wüsten, die sich hinziehen durch ganz Zentralasien bis in den Fernen Osten.

Vagavo così per Istanbul come una sonnambula, rifiutando di abbandonarmi allo spettacolo familiare che mi circondava, e oltre il mare di tetti il mio sguardo si rivolgeva sempre alle rive dell’Asia. Laggiù iniziava un altro mondo, iniziavano le colline brulle dell’Anatolia, simili a onde impietrite, là soffiavano venti più forti, la voce umana si perdeva e lucide greggi pascolavano su prati senza fine, laggiù si consumavano sacrifici, che si perpetuavano di steppa in steppa verso est sino alle terre dei nomadi dagli occhi a mandorla del Turkestan e sempre più lontano fino al Mar Giallo, laggiù c’era la soglia che dovevo varcare […].
L’aria divenne più sottile e secca. Si era levato un vento caldo. Adesso non c’erano più alberi, erba, campi, villaggi, capanne, steccati, acqua. La terra era diventata gialla. Il pallido cielo era calato all’improvviso come un pesante baldacchino sotto il quale ogni forma di vita soffocava, e nella sera che scendeva velocemente si colorò di viola, giallo zolfo, bruno ruggine, rosso fuoco, un bello spettacolo ma opprimente come una visione della Divina Commedia. E io ora sapevo ciò che i libri e la carta geografica mi avevano insegnato solo in maniera insufficiente: avevo lasciato la depressione tropicale del Mar Caspio e stavo entrando nella steppa dei turkmeni, l’inizio di quelle immense steppe e deserti che si estendono su tutta l’Asia centrale fino all’Estremo Oriente.

Annemarie Schwarzenbach, Alle Wege sind offen: die Reise nach Afghanistan 1939/1940 , Herausgegeben von Roger Perret, Basel, Lenos Verlag, 17, 36. Trad. it. di Tina d'Agostini (2015), Tutte le strade sono aperte. Viaggio in Afghanistan. 1939-1940, Milano, Il Saggiatore, 19-20, 37.

It’s such, fading to a violent moan. As it fades comes the silence which to Tivonel is day, broken only by the quiet white tweet of the Station’s beacon. Above her in the high Wild she already hears the flickering colorful melody that is the rich life of Tyree’s winds. And faintly chiming through from the far sky she can catch the first sparks of the Companions of the Day. Tivonel knows what the Companions really are, of course: the voices of Sounds like her own, only unimaginably far away. But she likes the old poetic name. […] The incredible richness of life in the Wild, an endless rushing webwork of myriads of primitive creatures, plants and animals all pulsing with energy and lightsounds, threaded with the lives of larger forms. The rich eternal winds where our race was born.

È una mattinata così armoniosamente selvaggia. Il Suono al tramonto sta scivolando dietro la spessa atmosfera di Tyree, esaurendosi in lamento violetto. Mentre ciò si verifica, sopraggiunge il silenzio che per Tivonel è giorno, interrotto soltanto dal dolce, bianco cinguettio del faro della Stazione. Sopra di lei, nell’alto Selvaggio, già sente la guizzante, colorata melodia che è la ricca vita dei venti di Tyree. E, debolmente, rintoccanti attraverso il lontano cielo, può percepire le prime scintille dei Compagni del Giorno. Naturalmente Tivonel sa cosa sono i Compagni in realtà: le voci di Suoni come la sua, solo lontani al di là di ogni immaginazione. Tuttavia le piace quel vecchio nome poetico. […] L’incredibile ricchezza di vita del Selvaggio, una ragnatela in continuo movimento di miriadi di creature primitive piante e animali tutti frementi d’energia e di suoni luminosi, intrecciate alle vite di forme più grandi. I ricchi Venti eterni dove è nata la nostra razza.

James Tiptree Jr., (2016 [1978]), "Up The Walls of the World", in Ead., Up the Walls of the World, Brightness Falls From the Air. Two great novels, London, Orion 2016, 15. Trad. it. di Marika Boni Grandi (1980), La via delle stelle, Milano, Armenia Editore, 10..

Pues que en las piedras ha de estar el canto perdido. ¿Y no podrían ser aquéllas, estas piedras, cada una o todas, algo así como letras? Fantasmas, seres en suma que permanecen quizá condenados, quizá solamente mudos en espera de que les llegue la hora de tomar figura y voz. Porque estas piedras no escritas al parecer, que nadie sabe, en definitiva, si lo están por el aire, por el alba, por las estrellas, están emparentadas con las palabras que en medio de la historia escrita aparecen y se borran. 

Perché nelle pietre ha da stare il canto perduto. E non potrebbero essere quelle – queste – pietre, ciascuna o tutte, qualcosa come delle lettere? Fantasmi, esseri insomma che restano, forse condannati, forse soltanto muti, in attesa che giunga per loro il momento di assumere voce e figura. Perché queste pietre in apparenza non scritte, che nessuna sa, in definitiva, se lo siano ad opera dell’aria, dell’alba, delle stelle, sono imparentate con le parole che nel mezzo della storia scritta compaiono e si cancellano.

María Zambrano (1986 [1977]), Claros del bosque, Barcelon, Seix Barral 1986, 69. Trad. it. di Carlo Ferrucci (2009), Chiari del bosco, Milano, Bruno Mondadori, 91.

                               Dove il tuo fuoco
                                     s’estingue
                                  e il mio,
                              nel nondove,
                      nella luce che è il buio,
                             è non-luce non-buio
                                  senza tinta né tizzo
                                           senza possibile parola,
                                                  nell’indicibile vuoto
                                              pieno di ogni cosa e del
                                                      nulla, del nulla
                                                   che vuole essere detto
                                                                  perché
                                                      siamo vivi ancora,
                                               l’«io sono» il «tu sei»
                                                                non ha senso
                                                                      ma
                                                            ancora la voglia è potente
                                                                    non si distruggono
                                                            i segnati segni
                                                                        non ci scompone non ci
                                                                   assidera/brucia
                                                                        nel nonessere
                                                               l’Eternità che ci è

Rina Sara Virgillito (1991), Nel nondove, in Ead., Incarnazioni del fuoco, Bergamo, Moretti&Vitali, 71.

tempus sine tempore

tempo del vivere
vita del tempo
noi qui    a stupirci

novecento
odiata e amata terra
del tempo

.

punto dei punti
della storia fertile
e sterile del nostro vivere

qui umani e umanoidi
servi e padroni
piccoli e grandi
crudeli e a f f l i t t i
qui irati o depressi
o affamati

dai pensieri sospesi
in un caos di ragioni
dai motivi mediocri

acciaccati da pianti
e desideri
da candori e malizie
intricati gli intrecci
tra globale e parziale
e l’oggi è come ieri
né cangia stile

io e te parabola dell’esistenza
tra fragili equilibri penduli
sbilenchi   in cerca di una
possibile intesa
strabici e ottusi
un occhio all’indietro
l’altro   in avanti
tra vero e sogno
la parola sbagliata

stupiti dalla radicata
presunzione d’essere il centro
siamo invece trottole  in bilico
sull’orlo del solito abisso

così guardiamo il fondo
dell’anima
e della storia

tra apparenza dell’esistere
e vera morte
nell’attesa feroce di vita
v e r a

Elda Torres (2014), tempus sine tempore, in Ead., Lunario dell’anima e del tempo. Vagabondages, Firenze, Convergenze Ed. & DitePars edizioni, 35-36