Schlafend fällt das nächtliche Laub
O, du stiller dunkelster Wald…

Kommt das Licht mit dem Himmel
Wie soll ich wach werden?
Überall wo ich gehe
Rauscht ein dunkler Wald;

Und bin doch dein spielender Herzschelm, Erde,
Denn mein Herz murmelt das Lied

Moosalter Bäche der Walder.

Addormentate cadono le foglie notturne
Tu, bosco silenzioso, il più oscuro…

Arriva con il cielo la luce
Come svegliarmi?
Ovunque cammino
Un bosco oscuro stormisce;

Eppure, terra, io sono il tuo allegro matto di cuori,
perché il mio cuore mormora la canzone
di ruscelli di muschio dei boschi.

Else Lasker-Schüler (1962 [1907]) Die Nächte der Tino von Bagdad, in Ead., Prosa und Schauspiele,München, Kösel-Verlag, p. 1210. Trad. it. di Eloisa Perrone (2013), Le notti di Tino di Baghdad, Milano-Udine, Mimesis, 41.

When Mrs. Wilkins woke next morning she lay in bed a few minutes before getting up and opening the shutters. What would she see out of her window? A shining world, or a world of rain? But it would be beautiful; whatever it was would be beautiful.
She was in a little bedroom with bare white walls and a stone floor and sparse old furniture. The beds–there were two–were made of iron, enamelled black and painted with bunches of gay flowers. She lay putting off the great moment of going to the window as one puts off opening a precious letter, gloating over it. She had no idea what time it was; she had forgotten to wind up her watch ever since, centuries ago, she last went to bed in Hampstead. No sounds were to be heard in the house, so she supposed it was very early, yet she felt as if she had slept a long while–so completely rested, so perfectly content. She lay with her arms clasped round her head thinking how happy she was, her lips curved upwards in a delighted smile. In bed by herself: adorable condition. She had not been in bed without Mellersh once now for five whole years; and the cool roominess of it, the freedom of one's movements, the sense of recklessness, of audacity, in giving the blankets a pull if one wanted to, or twitching the pillows more comfortable! It was like the discovery of an entirely new joy.
Mrs. Wilkins longed to get up and open the shutters, but where she was was really so very delicious. She gave a sigh of contentment, and went on lying there looking round her, taking in everything in her room, her own little room, her very own to arrange just as she pleased for this one blessed month, her room bought with her own savings, the fruit of her careful denials, whose door she could bolt if she wanted to, and nobody had the right to come in. It was such a strange little room, so different from any she had known, and so sweet. It was like a cell. Except for the two beds, it suggested a happy austerity. "And the name of the chamber," she thought, quoting and smiling round at it, "was Peace."
Well, this was delicious, to lie there thinking how happy she was, but outside those shutters it was more delicious still. She jumped up, pulled on her slippers, for there was nothing on the stone floor but one small rug, ran to the window and threw open the shutters.
"Oh!" cried Mrs. Wilkins.
All the radiance of April in Italy lay gathered together at her feet. The sun poured in on her. The sea lay asleep in it, hardly stirring. Across the bay the lovely mountains, exquisitely different in colour, were asleep too in the light; and underneath her window, at the bottom of the flower-starred grass slope from which the wall of the castle rose up, was a great cypress, cutting through the delicate blues and violets and rose-colours of the mountains and the sea like a great black sword.
She stared. Such beauty; and she there to see it. Such beauty; and she alive to feel it. Her face was bathed in light. Lovely scents came up to the window and caressed her. A tiny breeze gently lifted her hair. Far out in the bay a cluster of almost motionless fishing boats hovered like a flock of white birds on the tranquil sea. How beautiful, how beautiful. Not to have died before this . . . to have been allowed to see, breathe, feel this. . . . She stared, her lips parted. Happy? Poor, ordinary, everyday word. But what could one say, how could one describe it? It was as though she could hardly stay inside herself, it was as though she were washed through with light. And how astonishing to feel this sheer bliss, for here she was, not doing and not going to do a single unselfish thing, not going to do a thing she didn't want to do. According to everybody she had ever come across she ought to at least to have twinges. She had not one twinge. Something was wrong somewhere. Wonderful that at home she should have been so good, so terribly good, and merely felt tormented. Twinges of every sort had there been her portion; aches, hurts, discouragements, and she the whole time being steadily unselfish. Now she had taken off all her goodness and left it behind her like a heap of rain-sodden clothes, and she only felt joy.

Mrs Wilkins non vedeva l'ora di alzarsi e di aprire le imposte, eppure era davvero delizioso rimanere lì. Sospirò per la felicità, e continuò a rimanere distesa guardandosi intorno, osservando ogni cosa nella stanza, la sua stanzetta, tutta per sé, da sistemare come le piaceva per questo mese di beatitudine, la sua stanza, comprata con i suoi risparmi, frutto di continue rinunce; e volendo, le sarebbe bastato chiudere la porta col catenaccio che nessuno avrebbe avuto il diritto di entrare. Era una stanza così piccola e strana, diversa da tutte quelle che aveva visto, così graziosa. Sembrava una cella e, tranne che per i due letti, suggeriva una gioia austera.
«Il nome della camera, - pensò, citando e sorridendo, - era Pace».
Era davvero delizioso starsene lì distesa pensando a quanto fosse felice, eppure oltre quelle imposte sarebbe stato tutto ancora più delizioso. Balzò in piedi, s'infilò le pantofole, perché sul pavimento di pietra c'era solo un tappetino, e si precipitò alla finestra a spalancare le imposte.
«Oh! », esclamò Mrs Wilkins.
Lo splendore dell'aprile italiano era ai suoi piedi. Il sole la inondava di luce e il mare giaceva addormentato, muovendosi debolmente. Al di là della baia, anche le incantevoli montagne, dai colori squisitamente variegati, erano addormentate nella luce; e sotto la sua finestra, in fondo al pendio erboso costellato di fiori dal quale si ergevano le mura del castello, un grande cipresso si stagliava come un'enorme spada nera contro le tenui sfumature azzurre, violette e rosa delle montagne e del mare.
Restò a bocca aperta. Una simile bellezza ... e lei lì ad ammirarla. Una simile bellezza ... e lei lì, viva, a parteciparne. Il suo volto era immerso nella luce. Profumi deliziosi salivano alla finestra e 1'accarezzavano, una brezza leggera le sollevava dolcemente i capelli. Laggiù nella baia un gruppo di barche da pesca quasi immobili stavano sospese sul mare calmo, come uno stormo di uccelli bianchi. Che meraviglia, che splendore! Non essere morta prima… aver avuto la possibilità di vedere, respirare, sentire tutto questo… Restò a bocca aperta, incantata. Era la felicità? Com' era povera e mediocre la vita di tutti i giorni. Ma cosa dire, come descriverla? Non stava più nella pelle, era come se fosse troppo piccola per contenere tutta quella felicità, come trovarsi in un bagno di luce. Era sorprendente provare questa beatitudine totale, perché qui lei si trovava, e non faceva né avrebbe fatto una sola cosa per gli altri, non doveva fare nulla che non avrebbe desiderato. A sentire le persone che era solita frequentare, avrebbe dovuto perlomeno avere dei dolori.
E invece neanche uno. C'era qualcosa di strano. Era incredibile che a casa fosse sempre così buona, così tremendamente buona, e ne avesse soltanto sofferenze; là si dedicava interamente agli altri ed era vittima di malesseri di ogni sorta: fitte, dolori e momenti di sconforto. E ora che si era spogliata di tutta la sua bontà e 1'aveva lasciata alle spalle come un mucchio di vestiti inzuppati di pioggia, non provava che gioia. Denudata della bontà, godeva nel ritrovarsi nuda. Era svestita e raggiante.

Elizabeth von Armin (2009 [1922]), The Enchanted April, NY, Cosimo Books, 28.  Trad. it. di Sabina Terziani (1997), Un incantevole aprile italiano, Torino, Bollati Boringhieri, 57-58.

A un certo punto la strada s’ingolfava in un intrico di cespugli e d’alberi: mutava aspetto, non sembrava più quella, s’avvallava, serpeggiava, giù giù trai frassini, ontani, salici, pioppi, querce, betulle. Cominciava la foresta, per chilometri e chilometri digradante fino al Ticino, e riprendente poi il proprio di là dalle acque, su quel di Vigevano. Zona selvosa, nota soltanto ai cacciatori, ai battellieri, ai boscaioli, alle lepri, alle volpi, agli uccelli d’acqua e d’aria; e cosi immensa, che l’orizzonte non vi poneva termine, ma si prolungava all’infinito con essa.
Tortuosi canaletti d’un pallido azzurro d’ortensia, diramati dal Ticino, solcavano la foresta per ogni lato, come una rete di vene: vi navigavano battelli carichi di sassi, ghiaia, legname, lische e vinche per canestri. L’alberato terreno si faceva a tratti, a distanza dai canali, più scuro e molle: ne sgorgava, dalle profondità‘, il fresco sangue incolore d’una polla.
L’inverno metteva la boscaglia a nudo. Tronchi e rami spogli, tutti nodi e contorcimenti, fissavano nell’ aria di vetro parole che certo allora io non sapevo leggere. Nascosto era il suolo da alti tappeti di foglie vizze, fradice, nei quali i piedi s’affondavano frusciando. Sotto la brina, ogni foglia caduta, ogni ramo, ogni nodo di tronco luccicava di piccoli cristalli prismatici: la foresta era un palazzo magico, un giardino d’argento e di diamanti.
Colpi, in cadenza, di martello, lontani: battellieri che accomodavano barche. Colpi più scanditi, più risonanti, d’accetta: boscaioli, taglialegna di frodo, che mutilavano alberi. Fuochi di rametti e fronde morte, accesi qua e là. Colpi e fuochi: segnali misteriosi, dialoghi nel silenzio.
Raccoglievamo, a bracciate, le frasche: le pigiavamo nella gerla posta a terra, di cui più tardi Chiara scura si sarebbe caricata. Ma era come le immettessimo, le pigiassimo entro di noi, arricchendo la nostra sostanza di quella fermentante vita vegetale. Nella regione del Canalin ci si sentiva come in capo al mondo. Poco si parlava: nella diaccia fissità dell’aria ciascuna domanda stava a ciascuna risposta come quei fuochi a quei colpi. Veemente calore veniva al nostro sangue dalla fatica: cosa che faceva esclamare alla Cacciatora:
- Il freddo è più caldo del caldo.
Lieti e chiassosi discorsi si facevano, invece, nel ritorno. Le nebbie del crepuscolo salivano dense, e nel grigio d’ovatta gli scheletri degli alberi scomparivano. L’allegrezza delle chiacchiere era certo una sfida a quella sterminata malinconia, alla quale non si poteva dare nemmeno una faccia: la nostra giovinezza beveva nebbia a sorsate, come vin rosso, e con la nebbia in bocca parlava d’amore.

Ada Negri (1932), La cacciatora, in Ead., Sorelle, Milano, Mondadori, 64-65.

Boschi miei
che le nuvole del settembre
lente percorrono
mentre le prime foglie
crollano giù dai rami
e adunano umidore per i sentieri
intanto che nel cielo
gli alberi si denudano –
così come di sera
quando cadono le ombre
giù dalle cime
s’incupisce la terra
e in alto si rivelano
i disegni dei monti
e delle stelle –
miei boschi
vi è tanta pace
in questa vostra muta
rovina
che in pace ora alla mia
rovina penso
e sono come chi
stia sulla riva di un lago
e guardi miti le cose
rispecchiate dall’acqua –

8 settembre 1933

Antonia Pozzi (2010), Settembre, in Ead., Poesia che mi guardi, a cura di Gina Bernabò e Onorina Dino, Roma, Luca Sossella Editore, 204.

Aucune vue intéressante ne nous dédommage de notre pénible ascension.Le brouillard enveloppe les alpages et, dès que nous descendons sur l'autre versant de la montagne, nous entrons dans une épaisse forêt. Le sentier devient alors un simple sillon tracé par les eaux pluviales  qui ont raviné le sol, dénudant les rochers et les racines; des buissons epineux bordent ce semblant de chemin et le barrent en maints endroits.

Nessuna vista degna di nota ricompensava la nostra penosa salita. La nebbia avvolgeva gli alpeggi e, appena sconfinati nell’altro versante della montagna, entrammo in una fitta foresta. Il sentiero era un semplice solco tracciato dalle acque piovane che avevano scavato il suolo, mettendo a nudo rocce e radici; cespugli spinosi si estendevano sul ciglio del sentiero e talvolta lo sbarravano.

(Alexandra David-Néel, (1999 [1933]), Au pays des brigands-gentilshommes, in Ead., Grand Tibet et vaste Chine: récits et aventures, Paris, Plomb, p. 89. Trad. it. di Guido Boni (2011), Nel paese dei briganti gentiluomini, Roma, Voland, p. 123.

Nachdem ich sieben Tage lang auf einem kleinen Flussdampfer den Kongo hinaufgefahren war, glaube ich, den afrikanischen Urwald schon etwas zu kennen, und sein Anblick, der dem eines tiefgrünen, wallenden Meeres […].
In Lisala, wo ich an Land ging, wohnte man dann auf einer Anhöhe. Mit schonen, hohen Palmen bestandene Wiesen tauschten ein Panorama und ein wenig Bewegungsfreiheit vor. Aber in Wirklichkeit war es damit nicht weit her; man überschaute zwar die riesige, graue Fläche des Stroms, aber dahinter, am anderen Ufer, begannen wieder die oleiche blaugrünen, von Dunst überdachten Wellen des Waldes, den man auch im Rücken hatte, und wenn man sich auf der Anhöhe langsam im Kreis drehte, fand der Blick nirgends Freiheit und nirgends einen Ruhepunkt […], der Horizont war in das Rund des Wald-Ozeans gebannt als künstliche grenze zwischen seinem Gewoge und dem Wolkenhimmels […].Die Bäume schlagen darüber zusammen, das Atmen wird schwer, die feuchte Hitze saugt sich in den Poren fest, scharfe Palmblätter und hängende Lianen ragen verwirrend in den Pfad, Baumstämme versperren ihn plötzlich, rote Termitenhügel erheben sich am Rand, die farblose Luft legt stich wie Wasser vor die Augen. Man fährt immer weiter, Stunde um Stunde, ohne dass je eine Welle von Wind oder Licht die dumpfe Stille unterbricht, das sonst so erfrischende Grün wird bedrük- kend, man möchte einen Streifen Wüstenweiss sehen, einen Meeresarm, eine gelbe Steppe, die Milchstrasse im Himmeszelt.

Dopo aver risalito per sette giorni il Congo, su un piccolo piroscafo, pensavo già di conoscere la foresta africana e il suo aspetto, simile a un mare verde profondo, ondeggiante […], si vedevano solo muri di alberi, un folto sottobosco e, in piccole radure, i villaggi degli indigeni. […] A Lisala, dove scesi a terra, abitavo su una collina. I prati con le belle palme alte simulavano un panorama, un po' di spazio aperto, di movimento. Ma in realtà serviva a poco; si vedeva l'enorme, grigia superficie del fiume, ma dietro, sull'altra riva, iniziavano di nuovo le stesse onde verdeazzurre, sovrastate dal vapore della foresta, che si ritrovava anche alle spalle, e, sulla collina, se si ruotava lentamente su se stessi, lo sguardo non coglieva, da nessuna parte, la libertà, un punto dove riposarsi. […] l'orizzonte era catturato dalla circolarità dell'oceano-foresta. La giungla era solo un sentiero di neri. Gli alberi vi si richiudono sopra, si fa fatica a respirare, il calore umido, appiccicoso […] foglie di palma taglienti e liane sporgono aggrovigliate nel sentiero, tronchi d'albero lo ostruiscono all'improvviso, rossi nidi di termiti si innalzano sui bordi, l'aria priva di colore si stende come un velo d'acqua sugli occhi. Si avanza come sul fondo del mare e si continua ad avanzare, ora dopo ora, senza che un soffio d'aria o un raggio di luce irrompa nel cupo silenzio, il verde, di solito così rinfrescante, diventa opprimente, si vorrebbe vedere un po' di deserto bianco, un braccio di mare, una steppa gialla, la Via Lattea nella volta celeste.

Annemarie Schwarzenbach (1995), Auf der Schattenseite: ausgewählte Reportagen, Feuilletons und Fotografien: 1933-1942, Basel, Lenos 1995, 309. Trad. it. di Tina D'Agostini (2010), Dalla parte dell'ombra, Milano, Il Saggiatore, 326-327.

De toute la forêt montait l’énorme bruissement de moustiques mêlé au pépiment incessant, aigu des oiseaux. Joseph marchait en avant et Suzanne le suivait à deux pas. A mi-chemin entre la plaine et le village des bûcherons, Joseph ralentit le pas. Quelque mois plus tôt, à cet endroit, il avait tué une panthère mâle. C’étatit une petite clairière où les fauves laissaient se faisander leurs proies au grand soleil. Des nuages de mouches dansaient sur l’herbe jaune de la clairière au milieu d’amoncellements de plumes séchées et puantes [...].
Peu après le rac qui traversait la clairière, ils commencèrent à sentir l’odeur résineuse des manguiers et à entendre les cris des enfants. Il n’y avait plus de soleil dans cette partie de la montagne. Et déja le parfum du monde sortait de la terre, de toutes les fleurs, de toutes les espèces, des tigres assasins et de leurs proies innocentes aux chairs mûries par le soleil, unis dans une indifférenciation de commencement de monde.

Da tutta la foresta saliva l’enorme ronzio delle zanzare confuso con l’incessante, acuto pigolio degli uccelli. Joseph andava avanti e Suzanne lo seguiva a due passi. A mezza strada fra la piana e il villaggio dei taglialegna, Joseph rallentò. Qualche mese prima, in quel punto aveva ucciso una pantera maschio. Era una piccola radura dove le fiere lasciavano frollare la loro preda al sole. Nugoli di mosche danzavano sull’erba gialla in mezzo a mucchi di piume secche e puzzolenti. […] Appena oltrepassato il rac che traversava la radura si incominciava a sentire l’odore resinoso dei manghi e a udire i gridi dei bambini. Non c’era più sole da questa parte della montagna. E già dalla terra esalava il profumo del mondo, di tutti i fiori, di tutte le specie, delle tigri assassine e delle loro prede innocenti, dalle carni maturate dal sole, uniti in una indifferenziazione da principio del mondo.

Marguerite Duras (1950), Un Barrage contre le Pacifique, Paris, Gallimard, 159. Trad. it. di Giulia Veronesi (1961), Una diga sul pacifico, Torino, Einaudi, 157.

I tuoi giardini profumati
stordiscono, Signore.
Sei scomparso un giorno, tra violenza
di fiori, suoni accecanti,
lasciandomi un potere che
mi spezza le membra.
Tu sai che la polvere si mischia
alla polvere, sai
che simile a simile si afferra:
perché permetti la ridda
proterva delle figure
attorno alla mia vertigine?
Voglio danzare la tua gloria,
non il tripudio delle serpi.
Dammi la terra che promettesti, la terra
senza orizzonti senza limiti
al di là dei cancelli d’ombra:
i tuoi giardini profumati
stordiscono, Signore….

Rina Sara Virgillito (1954), I tuoi giardini profumati, in Ead., I giorni del sole, Urbino, Istituto Statale d’Arte, 29.

Un frullo corse nell'alto del fogliame, e poi, da un ramo mezzo nascosto, si udì cinguettare una canzonetta che Useppe riconobbe senza indugio, avendola imparata a memoria un certo mattino, ai tempi che era piccolo. Rivide anzi la scena dove gli era capitato di ascoltarla: dietro la capanna dei guerriglieri, sul monte dei Castelli, mentre Eppetondo cuoceva le patate e si aspettava Ninnuzzu-Assodicuori... Il ricordo gli si presentò un poco indistinto, in un tremolio luminoso, simile all'ombra di questa tenda d'alberi; e non gli portò tristezza, ma anzi il contrario, come un piccolo saluto ammiccante. Anche Bella parve gustare la canzonetta, perché alzò la testa di sotto in su, tenendosi in ascolto accucciata, invece di slanciarsi in uno zompo come avrebbe fatto in altra occasione. «La sai?» le bisbigliò Useppe pianissimo. E in risposta essa agitò la lingua e alzò mezzo orecchio, per intendere: «Altro che! e come no?!» Stavolta, i cantanti non erano due, ma uno solo; e a quanto se ne distingueva giù da sotto, non era né un canarino né un lucherino, ma forse uno storno, o piuttosto un passero comune. Era un uccellino insignificante, di colore castano-grigio. A scrutare in alto, badando a non fare movimento né rumore, si poteva scorgere meglio la sua testolina vivace e perfino la sua minuscola gola rosea che palpitava nei gorgheggi. A quanto pare, la canzonetta s'era diffusa, nel giro degli uccelli, diventando un'aria di moda, visto che la sapevano anche i passeri. E forse, costui non ne conosceva nessun'altra, visto che seguitava a ripetere questa sola, sempre con le stesse note e le stesse parole, salvo variazioni impercettibili:

«È uno scherzo
uno scherzo
tutto uno scherzo!»

oppure:

«Uno scherzo uno scherzo
è tutto uno scherzo!»

oppure:

«È uno scherzo
è uno scherzo
è tutto uno scherzo uno scherzo
uno scherzo ohoooo!»

Dopo averla replicata una ventina di volte, fece un altro frullo e se ne rivolò via. Allora Bella soddisfatta si allungo meglio sull'erba, con la testa riposata sulle sue zampe davanti e si mise a sonnecchiare. Il silenzio, finito l'intervallo della canzonetta, s'era ingrandito a una misura fantastica, tale che non solo gli orecchi, ma il corpo intero lo ascoltava. E Useppe, nell'ascoltarlo, ebbe una sorpresa che forse avrebbe spaventato un uomo adulto, soggetto a un codice mentale della natura. Ma il suo piccolo organismo, invece, la ricevette come un fenomeno naturale, anche se mai prima scoperto fino a oggi.
Il silenzio, in realtà, era parlante! anzi, era fatto di voci, le quali da principio arrivarono piuttosto confuse, mescolandosi col tremolio dei colori e delle ombre, fino a che poi la doppia sensazione diventò una sola: e allora s'intese che quelle luci tremanti, pure loro, in realtà, erano tutte voci del silenzio. Era proprio il silenzio, e non altro, che faceva tremare lo spazio, serpeggiando a radice più in fondo del centro infocato della terra, e montando in una tempesta enorme oltre il sereno. Il sereno restava sereno, anzi più abbagliante, e la tempesta era una moltitudine cantante una sola nota (o forse un solo accordo di tre note) uguale a un urlo! Però dentro ci si distinguevano chi sa come, una per una tutte le voci e le frasi e i discorsi, a migliaia, e a migliaia di migliaia: e le canzonette, e i belati, e il mare, e le sirene d'allarme, e gli spari, e le tossi, e i motori, e i convogli per Auschwitz, e i grilli, e le bombe dirompenti, e il grugnito minimo dell'animaluccio senza coda ... e «che me lo dài, un bacetto, a' Usè?...»
Questa multipla sensazione di Useppe, non facile né breve a descriversi, fu in se stessa, invece, semplice, rapida, quanto una figura di tarantella. E l'effetto che ebbe su di lui fu di farlo ridere. Si trattava, invero, anche oggi, a detta dei medici di uno dei diversi segni del suo morbo: certe sensazioni allucinatorie sono «sempre possibili in soggetti epilettici». Ma chi si fosse trovato a passare, in quel momento, nella tenda d'alberi, non avrebbe visto altro che uno spensierato morettino dagli occhi azzurri, il quale rideva di niente, con lo sguardo in aria, come se una piuma invisibile gli vellicasse la nuca.

Elsa Morante (1974), La Storia, Torino, Einaudi, 508-510.

Mais nous allons trop vite: nous dégringolons malgré nous la pente qui nous ramène au présent. Contemplons plutôt ce monde que nous n’encombrons pas encore, ces quelques lieues de la forêt coupée de landes qui s’étale presque ininterrompue du Portugal à la Norvège, des dunes aux futures steppes russes. Recréons en nous cet océan vert, non pas immobile, comme le sont les trois quarts de nos représentations du passé, mais bougeant et changeant au cours des heures, des jours et des saisons qui fluent sans avoir été computés par nos calendriers et par nos horloges. Regardons les arbres à feuilles caduques roussir à l’automne et les sapins balancer au printemps leurs aiguilles toutes neuves encore couvertes d’une mince capsule brune. Baignons dans ce silence presque vierge de bruits de voix et d’outils humains, où s’entendent seuls les chants des oiseaux ou leur appel avertisseur quand un ennemi, belette ou écureuil, s’approche, le bourdonnement par myriades des moustiques, à la fois prédateurs et proies, le grondement d’un ours cherchant dans la fente d’un tronc un rayon de miel que défendent en vrombissant les abeilles, ou encore le râle d’un cerf mis en pièces par un loup-cervier [...].
Nous retombons de nouveau dans l’anecdote humaine: ressaisissons-nous; tournons avec la terre qui roule comme toujours inconsciente d’elle-même, belle planète au ciel. Le soleil chauffe la mince croûte vivante, fait éclater les bourgeons et fermenter les charognes, tire du sol une buée qu’ensuite il dissipe. Puis, de grands bancs de brume estompent les couleurs, étouffent les bruits, recouvrent les plaines terrestres et les houles de la mer d’une seule et épaisse nappe grise. La pluie leur succède, résonnant sur des milliards de feuilles, bue par la terre, sucée par les racines; le vent ploie les jeunes arbres, abat les vieux fûts, balaie tout d’une immense rumeur. Enfin, s’établissant de nouveau, le silence, l’immobile neige sans autre trace sur son étendue que celle des sabots, des pattes ou des griffes, ou que les étoiles qu’y gravent en s’y posant les oiseaux.

Ma stiamo andando troppo in fretta: senza volerlo rotoliamo giù per la cima che ci riporta al presente. Contempliamo invece quel mondo che noi non affolliamo ancora, quelle leghe di foresta alternata a radure che si estende quasi ininterrotta dal Portogallo alla Norvegia, dalle dune alle future steppe russe. Ricreiamo in noi quell’oceano verde non statico come lo sono i tre quarti delle nostre raffigurazioni del passato, ma mobile e mutevole nel corso delle ore, dei giorni e delle stagioni che fluiscono non ancora computate dai nostri calendari e dai nostri orologi. Guardiamo gli alberi a foglie caduche arrossarsi in autunno e gli abeti dondolare in primavera i loro aghi nuovissimi ancora coperti di una sottile capsula bruna. Immergiamoci in quel silenzio quasi vergine di rumori di voci e attrezzi umani, in cui si odono soltanto i canti degli uccelli o il loro richiamo ammonitore quando un nemico, donnola o scoiattolo, si avvicina, il ronzio di miriadi di zanzare, insieme a predatrici e prede, il brontolio di un orso che cerca nella spaccatura di un tronco un favo di miele difeso da sciami rombanti di api, o ancora il rantolo di un cervo sbranato da una lince […].
Ma ecco che ricadiamo nell’aneddoto umano: riprendiamoci, e mettiamoci a girare con la terra che ruota come sempre inconsapevole, bel pianeta del cielo. Il sole riscalda la sottile crosta vivente, fa esplodere i germogli e fermentare le carogne, trae dal suolo un vapore che poi volatilizza. In seguito, grandi banchi di nebbia sfumano i colori, smorzano i rumori, ricoprono le lande terrestri e i cavalloni marini di un unico spesso lenzuolo grigio. Segue la pioggia, che risuona su miliardi di foglie, bevuta dalla terra, succhiata dalle radici; il vento flette i giovani alberi, abbatte i vecchi fusti, spazza ogni cosa con un rombo immenso. Infine, di nuovo il silenzio, l’immota distesa di neve senz’altra traccia che quella di zoccoli, di zampe e di artigli, o delle stelle che v’imprimono gli uccelli posandosi.

Marguerite Yourcenar (1977), Archives du Nord, Paris, Gallimard, 17-18. Trad. it. di Graziella Cillario (2008), Archivi del Nord, Torino, Einaudi, 8-9.

El claro del bosque es un centro en el que no siempre es posible entrar; desde la linde se le mira y el aparecer de algunas huellas de animales no ayuda a dar ese paso. Es otro reino que un alma habita y guarda. Algún pájaro avisa y llama a ir hasta donde vaya marcando su voz. Y se la obedece; luego no se encuentra nada, nada que no sea un lugar intacto que parece haberse abierto en ese solo instante y que nunca más se dará así. No hay que buscarlo. No hay que buscar. Es la lección inmediata de los claros del bosque: no hay que ir a buscarlos, ni tampoco a buscar nada de ellos. Nada determinado, prefigurado, consabido. Y la analogía del claro con el templo puede desviar la atención.

Il chiaro del bosco è un centro nel quale non sempre è possibile entrare; lo si osserva dal limite e la comparsa di alcune impronte di animali non aiuta a compiere tale passo. È un altro regno che un’anima abita e custodisce. Qualche uccello richiama l’attenzione, invitando ad avanzare fin dove indica la sua voce. E le si dà ascolto. Poi non si incontra nulla, nulla che non sia un luogo intatto che sembra essersi aperto solo in quell’istante e che mai più si darà così. Non bisogna cercarlo. Non bisogna cercare. È la lezione immediata dei chiari del bosco: non bisogna andare a cercarli, e nemmeno a cercare nulla da loro. Nulla di determinato, di prefigurato, di risaputo. E l’analogia del chiaro con il tempio può sviare l’attenzione.

María Zambrano (1986 [1977]), Claros del bosque, Barcelona, Seix Barral, 11. Trad. it. di Carlo Ferrucci (2009), Chiari del bosco, Milano, Bruno Mondadori, 11.

Figura del destino è la grande foresta: per la paura che veglia alle sue soglie, l’estensione incalcolabile, la moltiplicazione dei sentieri (così che è possibile, come all’antico eroe nordico, cavalcare per secoli e ritrovarsi sempre allo stesso punto), la luce fitta e tremante che non è il giorno e non è la notte. E in quel fitto dardeggiano le spole degli incontri: la cappella dell’eremita, la damigella in lacrime presso il ruscello o, a un orifizio estremo della verde galleria il cavaliere a visiera calata che arresta netto il cavallo e il nostro respiro. E i castelli che appaiono e scompaiono, e i laghi subitanei, di puro argento, senza barca per solcarli, una spada piantata al centro […].
Quella realtà complicata, solida ed insondabile che, seppure non ci fu dato viverla, rinasce anche per noi dalla madeleine di antiche fotografie: quelle case e giardini, quei the sull’erba, quelle guance perfette di bambini dagli occhi consapevoli, con tra le mani un cavallo di legno che è in miniatura un cavallo vero, una bambola che è una piccola donna o una bambina, mai un’ammiccante pupazza; e la bellezza inarrivabile dei vecchi, ritornati alla maestà modesta d’alberi antichi; Una sintassi di vita che salta agli occhi se tra le nostre disordinate, difformi istantanee affiori d’improvviso una vecchia casa, ombreggiata dal suo tiglio o dal suo cedro del Libano, con un cane sdraiato sulla porta e le tende rialzate. Se per caso vi abbiamo passato un po’ di tempo, nella primissima infanzia, di colpo ogni altra testimonianza del nostro ieri appare stravolta.

Cristina Campo (1987), Gli imperdonabili, Milano, Adelphi, 129 e 161.

Alberi cari,
son quasi una di voi, eppure non ho braccia, non ho rami; quasi una della vostra schiera di verde, eppure non ho colori; quasi una che principia a farsi albero, eppure manco di ricovero, di ristoro, di condiscendente acqua, di congrua terra. Tra gli umani albero, tra gli alberi (troppo) umana, me ne starò, tuttavia, sempre con voi, che siete (E sarete) la mia stirpe, la mia figliatura e tutta quanta la mia famiglia.

Cari alberi, malata di parole, malata d’alberi sento che siete voi le parole, siete voi la Parola – Albero che mi tutela e nutre, che m’ha allevato nei gelati deserti, che m’allevia da tutti i dolori che non dico a parole, che direi solo “ad alberi” se potessi far alberi, non parole, e se voi foste una pagina bianca, una pagina scritta (come siete), s’io fossi capace d’alberi, capace di tanta gratuità e grazia, capace di capacitarmi che ci siete voi, ci sono gli alberi e tanto basta, tanto dovrebbe bastare, anche se la mia desolata sorella (ch’è me), il mio verdeggiante fratello (ch’è me) – che sono me – non riescono a diventare voi, non riescono a diventare alberi. Così (né donna né albero) soffro le pene dell’inferno e insieme godo della vergolina, della uselletta voce che voi proclama e voi abita: vocalizzi d’albero, d’alberi acuti e grevi, note bigie e note squillanti, aguzzi aquilotti ed imprendibili amori miei, sosia – amori che m’intendete e sapete i tremiti e i ghiacci di quando si è spogli di tutte le foglie, e disabitati.

Mariella Bettarini (1997), Lettera agli alberi, Faloppio, Lietocolle, 3-7.

Gli anni trascorsi in via Angheben, divenuta dopo la guerra Zagrebačka Ulica, furono anni di giochi sfrenati, di felicità, di libertà. Il mio giardino, che ho rivisto da adulta, trovandolo misero e angusto, ai miei occhi infantili era il mondo intero, era l’avventura. Le sue siepi di ligustro erano una foresta, i gatti che vi si nascondevano, i passeri, le formiche e le lucertole tutti gli animali dell’Eden, i sassi e i vetri colorati sparsi sul terreno tesori e pietre preziose, i gradini che portavano all’abitazione della portinaia la scalinata di una reggia. Dietro, la mia casa confinava con il porto Baross, teatro delle mie prime scorribande fuori dai confini domestici. Dalle finestre vedevo il mare profondo e inquieto del Quarnaro, in cui imparai molto presto a nuotare con l’aiuto di mio padre, abile tuffatore e dotato di una straordinaria capacità di rimanere a lungo sott’acqua in apnea […].
Dafne quel giorno capì per la prima volta che il mondo non apparteneva soltanto alle margherite. I soffioni, che le erano sempre piaciuti con i loro petali color dell’oro e i soffici palloncini trasparenti, pronti a sfaldarsi e a liberare al minimo alito di vento i semi maturi, potevano diventare concorrenziali e pericolosi. Non erano, dunque, sbocciati nella radura per la gioia delle margherite, ma accanto alle margherite. E così probabilmente ogni altra pianta, albero e fiore e perfino gli animali non erano semplicemente parte del paesaggio, come aveva sempre creduto, ma compagni di viaggio a pari titolo e coinquilini nella casa comune. Si guardò intorno piena di stupore, sentendosi piccola e marginale.

Marisa Madieri (2006), Verde acqua, La radura e altri racconti, Torino, Einaudi, 12, 186.

E fui in un grande giardino.
Sembrava un paràdeisos, un giardino persiano, immenso, pieno di padiglioni quadrati avvolti in teli di seta colorati e ondeggianti, ciascuno di un colore diverso, ordinati secondo un disegno armonioso, che però mi sfuggiva. Boschetti di alberi squisitamente disposti, di diverse gradazioni di verde facevano da sfondo, allontanandosi in ogni direzione; l’erba era morbida e grassa e appena si piegava sotto il passo di tanti giovani vestiti di bianco che camminavano spostandosi di padiglione in padiglione.
Sapevo che erano giovani chirurghi. E speravo che fossero lì per me. ma nessuno mi badava, ero come trasparente, nessuno vedeva né me né il mio letto: e allora ritornarono le voci maligne, fluttuando nell’aria, avvizzendo l’erba morbida e grassa, coprendo i padiglioni colorati di un velo cinereo. Mi prese di nuovo una sete disperata, e di nuovo piansi, e provai a lamentarmi, a chiamare, finché sfinita mi ritrovai come appesa in un vuoto perlaceo, senza volontà e senza speranza.

Antonia Arslan (2010), Ishtar 2, Milano, Rizzoli, 42-43.

Charis had leased a waste ground between two buildings on the Upper East Side in Spanish Harlem and brought in tons of earth to plant her Well Woman’s Garden. Herbs and spices, teas and berries, flowers and bushes with properties that eased menstrual cramps and regulated cycles, that sweetened tension and lightened moods, that softened skin and strengthened nipples of nursing mothers: her garden had different geographical zones, some under cloches and glass frames to protect them against the New York frosts, some inside in two conservatories warmed by bulbs that glowed in the night like cat’s eyes. She studies monks’ herbals and Caribbean wise women’s manuals; [...] she planted saffron crocus and the spiky aloe; jojoba and echinacea. [...] alongside rosemary and parsley grew tansy and lovage and comfrey and sorrel and scabious. [...] evening primrose. Queen Anne’s lace, foxgloves, poppies [...]. She planted belladonna and vervain, rampion and rue.

Charis aveva preso in affitto un terreno incolto tra due palazzi della Upper East Side a Spanish Harlme, e vi aveva trasportato tonnellate di terra per piantarvi il suo Giardino del Benessere della Donna. Erbe e spezie, tè e bacche, fiori e cespugli con proprietà che calmavano i dolori mestruali e regolavano il ciclo, che allentavano la tensione e miglioravano l’umore, che ammorbidivano la pelle e rafforzavano i capezzoli delle madri che allattavano; il giardino aveva diverse zone geografiche, alcune sotto campane e strutture di vetro per proteggerle dalle gelate di New York, altre dentro due serre riscaldate da lampade che brillavano nella notte come occhi di gatto [...]. Studiò gli erbari dei monaci e i manuali delle donne caraibiche, [...] piantò zafferano e aloe spinosa, jojoba e echinacea, [...] insieme al rosmarino e al prezzemolo crescevano tanaceto e levistico, consolida maggiore, acetosa e scabiosa; [...] semi di rapunzia [...]. Il cerfoglio selvatico, la digitale e i papaveri [...] piantò belladonna e verbena, raperonzolo e ruta.

Marina Warner, The Question in the Dose (2010), trad. it. di Valentina Castagna (2014), Questioni di dosi, ora in Marina Warner,“Limiti naturali” e altre storie (“Natural Limits”and Other Stories), a cura di Valentina Castagna, ed. italiana con testo a fronte, Napoli, Liguori, 60-61.

Glacialis ultima hiems
Il bosco silente e nudo a tratti
Vestito altrove di lecci
Antichi e rari larici azzurri

Luce brillante che taglia come
Cristallo acuto traversa
A strati le fitte colline
Spesse di boschi dai verdi
Rudi e foschi

Giù a occidente il mare brilla
Scintilla al meriggio limpido
E gelido di primo gennaio

Il freddo soffio del grecale
Spazza il sentiero che traccia
La linea obliqua sul dorso alto
E pendulo del versante a oriente
Di Sant’Ippolito

Taciti e gonfi nelle piume
Saltellano passeri e pettirossi
Cercando cibo sulla erta via
Aspra di sassi

Le Apuane innevate sul chiaro
Sfondo a nord dell’orizzonte
Segnano il limite del mio
Assetato sguardo

Sola presenza umana mi confondo
Con nere pietre laviche
Tracciate e striate di cristalli
Del verde del rame del rosso del ferro

Anche Pan dorme il suo letargo
Come i ciclamini ai bordi
Del sentiero e delle nude querce

Si è alzata ispida una bora
Che i rami ora scompiglia
Violenta e scarna

Stretta io nel piumino come
Nelle screziate piume quel passero
Che curioso mi guarda
Fermo per l’istante dei nostri
Sguardi incrociati

Siamo fratelli in questo
Antico bosco sacro.

Elda Torres (2014), HIEME, in Ead., Lunario dell'anima e del tempo. Vagabondages, Firenze, Convergenze Ed. & DitePars Edizioni, 48.